Nella serata del 2 luglio il consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge, contenente diversi interventi sulla normativa del lavoro e alcune misure marginali inerenti la pubblicità dei giochi d'azzardo oltre a delle penalizzazioni per le imprese che trasferiscono all'estero le proprie attività produttive.

In un commento pubblicato dal Sole 24 Ore, l'economista Francesco Seghezzi, direttore della fondazione ADAPT, spiega che la nuova riforma è costruita su un'errata identificazione del precariato con le forme di lavoro a termine.

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In realtà, si tratta di una semplificazione fuorviante, che non coglie appieno le complesse dinamiche che caratterizzano il mondo del lavoro contemporaneo.

A livello globale, i sistemi produttivi e distributivi stanno affrontando un processo di profonda revisione, per far fronte ai cambiamenti incessanti resi necessari dall'innovazione tecnologica. Anche in Italia gli effetti di questo fenomeno si stanno manifestando e dunque lavoratori e imprese necessitano di elevati margini di flessibilità e non di una normativa che renda il quadro normativo ancora più rigido.

La crescita degli occupati a termine

Secondo aggiornamento periodico pubblicato ISTAT pubblicato di recente, tra i nuovi occupati degli ultimi 12 mesi, il 95% dei lavoratori aveva un contratto a termine. Si tratta di un trend in allineamento con quanto registrato a livello europeo.

Occorre tuttavia osservare che, la durata effettiva del rapporto di lavoro, non coincide necessariamente con quella prevista dai termini contrattuali, poiché lo stesso lavoratore può vedere attivato più volte il contratto nel corso di un anno.

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Dunque la sussistenza di un contratto a termine non implica necessariamente uno status di precariato, ma denota un mutamento nella struttura dei rapporti di lavoro. La diffusione di nuovi prodotti e servizi, resi possibili dall'innovazione tecnologica, richiede un adeguamento costante dei processi produttivi, che pertanto necessitano di maggiore flessibilità nei rapporti di lavoro.

Intervenire sul Welfare

Una volta compreso che il "nemico" non è costituito dai contratti a termine, diventa evidente come le indicazioni inserite nel "decreto dignità" risultino inadeguate a fronteggiare le sfide e le necessità del mondo del lavoro contemporaneo.

Rendere più onerosi e penalizzanti contratti a termine, come previsto dal recente provvedimento del governo, significa dunque ingessare ulteriormente un sistema che avrebbe invece bisogno di maggiore flessibilità.

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Le conseguenze più plausibili potrebbero andare nella direzione di una riduzione di tutta l'occupazione, non solo quella a termine.

Secondo l'analisi di Seghezzi, gli interventi per contrastare il precariato, dovrebbero invece indirizzarsi verso forme di welfare che consentano di supportare i lavoratori durante le sempre più frequenti fasi di transizione tra contratti e occupazioni differenti e favorirne la formazione e riqualificazione.